La Freccia Azzurra
Usa il computer in maniera raffinatissima, questo film: cosí raffinata che quasi non si vede. Guidata dal cervello elettronico, la sua macchina da presa compie carrellate ed evoluzioni che sarebbero possibili solo nel cinema "dal vero"; disegnati dai pixel, i suoi personaggi arrivano a disporsi su 30-40 livelli in profondità di campo, rimanendo tutti perfettamente a fuoco. È questo uno dei segreti della fondamentale leggerezza di un film che non assomiglia a nessun altro, e che riesce a narrare una divertente e gentile fiaba ambientata negli anni Trenta Cinquanta con la modernità di un cantastorie elettronico.
E I'aspetto tecnologico è probabilmente la prima ragione per cui questo film è importante in questo momento. Partito in netto ritardo rispetto ad altre cinematografie d'animazione del continente (quella francese in testa), negli ultimi anni il nostro Paese ha saputo recuperare in termini di macchinario e di professionalità, sí che oggi la piccola ma efficiente struttura denominata Cartoonia (una sede a Torino e una a Terrni) può presentare questo biglietto da visita per testimoniare di essere in grado di battersi ad armi pari con le altre maggiori societá europee che forniscono coloritura elettronica e ripresa computerizzata. Cartoonia, che appunto si è fatta carico della lavorazione de La Freccia Azzurra, è natta nel 1992 da una costola della società torinese La Lanterna Magica, cioè della produttrice del film.
La cui storia, a riassumerla e basta, potrebbe gelare le vene, per la sua leziosità. La notte dell'Epifania, la Befana non può portare in giro i doni perché è ammalata, e rischia di lasciare il gioco nelle mani del suo perfido assistente Scarafoni, il quale vuole accontentare solo i bambini ricchi, quelli che hanno pagato i giocattoli fior di denari . . . solo che i giocattoli stessi (e fra loro un trenino chiamato Freccia Azzurra, che dà il titolo al film) si ribellano e si mettono in marcia per donarsi ai bambini che preferiscono, innescando così una lunga serie di snodi narrativi nonché
la finale - e immaginabile - sconfitta del truffatore. Per fortuna la realizzazione
firmata da Enzo d'Alò, che è ciò che conta, risulta
asciutta, divertita e divertente, spesso autoironica (coup de chapeau
al doppiaggio di Dario Fo-Scarafoni e di Lella Costa-Befana) e descritta
con straordinaria originalità dai disegni e dalle scenografie di
Paolo Cardoni, un illustratore che della semplificazione del tratto e della
bidimensionalità del colore si era fatto un marchio di fabbrica,
e che qui si mostra particolarmente malleabile nell'adattarsi alle necessità
della narrazione cinematografica.

























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