Lettera A Un Maestro
Giocavi a fare il codardo, o piuttosto eri troppo
ironico per mostrare che eri coraggioso. Ma da giovane avevi praticato
la scherma, e nel 1952 eri stato a un passo dall'essere selezionato
per le Olimpiadi di Helsinki. Eri, intrinsecamente, un combattente.
La morte non ha mai trovato un avversario più duro di te da
piegare. Non rinunciavi a venire ai festival, partecipavi ai convegni,
scherzavi ed eri (non sembravi) sereno. Nei periodi in cui
soggiornavi in ospedale facevi proselitismo a favore dell'animazione
presso medici e intermieri, e ogni volta che la tua cartella di radiografie
era pronta, te la porgevano ridendo: "Ecco il suo story-board,
dottore".
Avevi scritto e sceneggiato film pubblicitari,
premiastissimi ma presto introvabili e dispersi. Delle Favole d'Europa
eri stato una sorta di supervisore artistico itinerante, dai molti
consigli ma dalla scarsa impronta come creatore singolo. Metamorpheus
(1970), il cortometraggio per il quale collaborasti con il céco
Jiri Brdecka e che fu un potente, emozionante inno alla liberta dell'arte,
non viene proiettato da decenni. Nessun festival proietta nemmeno
i 14 minifilm di un minuto che realizzasti con Paul Campani, 4 nei
1966 e 10 nel 1973: aforismi, gag, lampi lirici o sarcastici. Brillanti,
eccellenti. E dimenticati.
Tu, Max, eri un genio davvero. Una delle persone
più intelligenti e creative che lo abbia incontrato in tutta
la mia vita. Sapevi inspirare, correggere, stimolare, far sbocciare,
istruire, incoraggiare: sapevi liberare la mente di chi ti ascoltava
da preconcetti incancreniti dagli anni; sapesti portare in Italia
l'animazione post-disneiana della Upa e quella d'arte di McLaren e
di Alexeieff. Fosti il capo carismatico dello sparutissimo gruppo
che lodò e diffuse nel nostro provinciale Paese lo idee innovative
ed eversive, sui piano dello stile, della durata e della tecnica,
che l'animazione d'autore degil anni Sessanta-Settanta sviluppava
nei resto del mondo. Fosti il perno del miglior festival italiano
d'animazione mai organizzato, quello di Abano Terme (1970-1971), poi
in parte trasbordato a Lucca in concomitanza con quello sui comics.
Avevi una cultura che qualunque enciclopedista di qualunque epoca
ti avrebbe invidiato. Non c'era materia, scientifica o umanistica,
che non ti fosse familiare e su cui non avessi un punto di vista inedito
e non banale.


Però-attenzione-non eri un autore. Anche
per questo i tuoi film rimasti sono pochi, e chiusi nei cassetti.
Eri uno sceneggiatore, o piuttosto, come ti aveva insegnato a dire
Brdecka in boemo, un dramaturg. Sapevi raccontare le storie.
E per di piu le sapevi raccontare meglio, molto
meglio, a voce che per iscritto. Nella conversazione non avevi uguali
al mondo e una storia ascoltata da te, a tu per tu, era un regalo
degno degli déi. In particolare quando inanellavi aneddoti
di matematici dalla mente superiore e sregolata, come Albert Einstein,
Evariste Galois, Blaise Pascal.
Non si poteva fare a meno di ascoltarti. Una volta
incontrasti Osvaldo Cavandoli in piazza Duomo, a Milano, alle 10 del
mattino. Osvaldo aveva fretta, un appuntamento di lavoro. Alle 3 del
pomeriggio non si era ancora spostato di un metro, era ancora li a
pendere dalle tue labbra. Un'altra volta, a un festival, cominciasti
a raccontarmi episodi, giudizi e paradossi alle 5 del pomeriggio;
cenammo assieme, prendemmo il caffe, ci sedemmo nel salottino dell'albergo,
all'una di notte mi sfidai: "Ho 22 anni meno di lui, non posso
cedere per primo." Alle 5 del mattino ti interruppi mentre mi
spiegavi la differenze tra Picasso e Braque, e andai a schiantarmi
vestito sul mio letto.
























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